L’esbosco

Come si è precedentemente accennato la fase di esbosco, menada/disbosco/desàlvo, avveniva principalmente nei mesi autunnali e invernali in virtù di molteplici ragioni. I tronchi durante l’estate avevano il tempo per essiccarsi ed alleggerirsi. Inoltre, con l’abbassarsi delle temperature, il terreno diventava duro o addirittura gelato e il loro trascinamento, tirà taie/tirà taai, ne risultava facilitato. Per giunta quasi tutti i boscaioli, come del resto la maggior parte della gente di montagna, possedevano dei prati coltivati a foraggio; il mese di settembre e in parte quello di ottobre, erano dedicati al secondo taglio dell’erba.

Lo strumento principe per questo lavoro era lo zappino da tronchi, thapin, usato in vari modi a seconda delle diverse situazioni. Per spostare un tronco incastrato veniva infilata la punta sotto una testata e, utilizzandolo come una leva, si compiva simultaneamente un movimento di sollevamento e traslazione. Il termine tecnico utilizzato per indicare quest’azione era pàis. Per ruotare i tronchi lo si utilizzava impiantando leggermente la punta su una testata e tirandolo nella direzione desiderata con un movimento rapido, tale da permettere il ripetersi dell’azione più volte, fino al totale raggiungimento dello scopo. Se la medesima azione avveniva al centro del tronco, si otteneva il suo rotolamento. Infine, quando era necessario trascinare i tronchi, si conficcava la punta nel legno con maggior forza, in modo che l’appiglio fosse più profondo e tale da non staccarsi improvvisamente, causando la caduta del boscaiolo. Se il tronco era di grosse dimensioni quest’operazione veniva eseguita da più uomini contemporaneamente. Per non intralciarsi a vicenda, essi si disponevano ai lati del pezzo, configgendovi lo zappino nella parte anteriore (di avanzamento) e centrale. Per sincronizzare lo sforzo e di conseguenza massimizzare il risultato, utilizzavano un comando vocale detto “il colpo” dato da uno di loro, al quale tutti ubbidivano. Chi “chiamava il colpo”, ciamà l colpo, soleva dire: “ooo op”. Al primo suono “ooo” gli uomini si mettevano in posizione utile per tirare il tronco, ma il vero sforzo lo effettuavano solamente al secondo comando, “op”, trascinandolo il più possibile. Di solito lo spostamento era minimo, non più di un metro, ma poteva capitare che non avvenisse nemmeno. Se il tronco era distante dal luogo di destinazione oppure era particolarmente pesante, i boscaioli procedevano in questo modo fino al raggiungimento della meta stabilita. Al contrario, se era relativamente piccolo, il comando veniva in parte modificato: “ooo longa”. In questo caso gli uomini lo trascinavano fino a quando ne avevano la forza, comunque non più di quattro cinque metri per volta.

La fase di esbosco iniziava con la concentrazione dei tronchi nei luoghi utili, ingrumà/sturtà, che, a seconda dei casi, erano le vicinanze degli impluvi naturali, dei canali artificiali, detti risine, o delle teleferiche.

D. Dišeme O., canche laureà al ešbosco e reà doi o pì persones a laurà dos la stesa taia, aeao carche sistema particolar, par capive, par laurà in sintonia?

R. Sì, aveane duncue i nomes che podon definì così. Scomenthon col pais. Al pais l era a dorà al thapin. Se l metea dó bas, co la testa dó bas e se fašea leva. Come a ušà na leva de precišo. Se fašea leva su la taia, an tin piegà da la parte che se golea che la dese, o in avante o in dos. Dapò l era an outro nome che se dišea fuchs! Fuchs consistea nel impiantà la ponta del thapin o su n autra taia opura anche dó bas e se premea da sole. Chesto generalmente se fašea da sole ma anche in pì; e se premea lo steso la stesa taia o in avante o in dos o an tin pì in ca o an tin pì in là, dipendea da la pošithion che se dešideraa. Dapò l era la pithigada. La pithigada l era fata così: se ciapaa su na taia contro an autra canche l era da girala puoco puoco. Alora se dišea: “pithigheela an tin!”, o “dai na pithigada!”. E se no l era nisun se agia da sole e se la pithigaa, se la giraa an tin in modo che la dese da la parte che se golea. An auotra roba l era fei al palo, per ešenpio. Al palo alora l era da poià la testa del thapin o dobas opure su un autro tronco o cé, e se fašea leva, se authaa chesto tronco che l era da spostà in direthion che più o meno se avea bišogno de fei. Canche l era invethe da tirà la taies inavante, tirà an tin in logo, che l era fa fei spostamente an tin pì grei, alora che se era pì de un tacade, no, alora un se metea, o anche doi, dipendea da la ešigenthes, da cuanto gros che l era sto tronco, sta taia. L era un che se tolea l impegno de ciamà al colpo (se dišea al “colpo”). Al metea, i metea i thapin dobas, i se pareciaa pronte par fei al pais. E dapò con na ciamada che dišon in via de masima l é così: o oo op! o oo op! E ogni ota che se fašee sta ciamada alora se spostaa sta taia inavante de circa chel tanto che se podea, parchè chi autre tiraa no. A l otes se la spostaa apena apena; a l otes se la spostaa an tin de pì. Se no canche invethe l era na roba an tin pì dišon, pì tolerabile, an tin pì piciola, che se podea fei na operathion an tin pì semplice ciò se fašea così: un fašee al pais e ciamaa: o oo ma però non finia col o oo solo e basta, al fašea: oo longa!! Alora longa golea dì: continuà duto chel che se riusia a fei; anche diverse metre opure an bel toco che l era. Chesto l era pì o meno, dišon, l intešes, eco che se fašea, la ciamades che se fašea par intendese par podè dì de bon acordo sul laoro, eco, par no fei confušion.[22]

Vie di esbosco naturali

I boschi della zona dolomitica sono per la maggior parte dei casi situati su versanti scoscesi dove l’acqua delle precipitazioni e delle sorgenti naturali forma nella propria discesa verso il fondovalle degli impluvi di varie dimensioni. In genere, gli avvallamenti più piccoli confluiscono in altri di maggior entità, fino al definitivo raggiungimento nel corso d’acqua principale, posto a fondovalle. Sfruttando questa struttura capillare di impluvi, Ludà/lavinà/menador/martor, veniva eseguito l’esbosco di buona parte del legname prodotto. I tronchi venivano ammucchiati in prossimità dell’avvallamento più vicino che, preferibilmente, doveva avere un’elevata pendenza, in modo da favorire lo scivolamento del legname. Solamente dopo che tutti i tronchi erano stati ammucchiati iniziava la vera e propria conduzione, imbignadura/menada/condota.

Il caposquadra assegnava a ciascun boscaiolo un compito, in funzione delle capacità personali e dell’esperienza che richiedeva ogni specifica mansione. Due uomini erano addetti all’immissione dei tronchi nell’impluvio mediante lo zappino. Altri due o tre stavano all’arrivo e avevano il compito di ammucchiare i tronchi in cataste provvisorie. I rimanenti uomini, soprannominati poste, si disponevano lungo l’avvallamento, in prossimità di eventuali punti critici dove i tronchi poteva fuoriuscire o incastrarsi formando uno sbarramento, ed intervenivano in caso si verificassero tali circostanze, disincagliandoli e rimettendoli in movimento. Appena tutti gli uomini erano in posizione, il lavoro poteva avere inizio. Anche in questa fase, come per tutte le attività che consistevano in un movimento del materiale legnoso, vi erano dei comandi precisi che gli uomini si scambiavano per evitare di infortunarsi gravemente. Il segnale di inizio del lavoro: carga, veniva dato dai boscaioli che si trovavano più a valle e stava ad indicare che i tronchi potevano essere immessi all’interno dell’avvallamento. Il comando giungeva agli uomini in alto mediante il passaparola delle poste, ma prima di iniziare la conduzione essi confermavano di aver inteso il segnale, mediante un comando di risposta: vardabaso/tiohin/ciohin. Se non vi erano altri segnali, il lavoro poteva iniziare con la consapevolezza che nessuno si trovasse sulla traiettoria dei tronchi e proseguiva regolarmente fino ad altro ordine. In genere venivano fatti scendere trenta, quaranta tronchi, dopo di che i boscaioli a valle davano il segnale di interruzione: bauf, che giungeva in alto sempre mediante il passaparola. Gli addetti al carico, per indicare che avevano inteso, rispondevano: segura/tiohin/ciohin, se nel canalone non vi erano dei tronchi in movimento, altrimenti: par aria. Appena il segnale arrivava, gli uomini a valle potevano spostare ed accatastare i tronchi in tutta tranquillità. Terminato il lavoro davano nuovamente il segnale di carga e l’operazione poteva ricominciare daccapo. Gli stessi segnali venivano utilizzati anche dai boscaioli disposti lungo gli avvallamenti, in tutte quelle situazioni in cui si richiedeva un loro intervento. Se una squadra era ben affiatata, in una giornata di lavoro venivano esboscati decine di metri cubi di tronchi.

Questo tipo di lavoro era visto di buon occhio dai boscaioli in quanto non era particolarmente pesante e non richiedeva un impegno costante, ma permetteva lunghe soste sfruttate per fare quattro chiacchiere e fumare una sigaretta.

D. Cande se scomenthea a molà dù taie, i boschier i se tirea su le poste. Che parole se doreilo par se fà capì?

R. … Cande chi molava alora i dišea: “carica”, alora i carga… Chel onde che le lugava el dišea: “carga”, alora chel ntà mez el ghe respondea: “carga”, alora chi davant i sentia “carga”. Però cande che l era ngosà così, alora i ciamava “bauf”. “Bauf” alora vol dì “alt”, alora chi altri i ciamea: “bauf”, chi avea da mete a posto… Cande chi ciameva “bauf” e la era “par aria”, la era par strada, alora i dišea: “par aria”… alora dopo co la lugava, chi lasù i dišea: “sicura”.[23]

La costruzione della risina

Le operazioni di esbosco dei lotti di legname che si trovavano in versanti poco scoscesi o in prossimità dei torrenti di fondovalle, richiedevano spesso la costruzione di manufatti a forma di scivolo denominati risine, rišina/lisa. Queste venivano costruite con gli stessi tronchi da esboscare secondo delle tecniche particolari, tramandate da generazione in generazione, raggiungendo lunghezze anche superiori al chilometro. Chi la costruiva era il boscaiolo esperto capace di riconoscere i punti migliori dove farla passare e di prevedere l’andamento dei tronchi durante la discesa, che spesso avveniva ad altissime velocità.

La risina doveva avere una forma a canalone semicircolare e richiedeva per la sua realizzazione l’utilizzo di tronchi di differenti dimensioni, in funzione delle diverse componenti. Per il fondo venivano impiegati tre, quattro cimali disposti in modo da creare una certa curvatura, tenuti saldamente uniti da paletti conficcati nel terreno. Per le sponde, che subivano le maggiori sollecitazioni, erano necessari dei tronchi con diametro maggiore, che venivano appoggiati a dei pali più lunghi, bailogn, anch’essi piantati profondamente nel terreno. Nelle curve, dove la forza centrifuga era più intensa, le sponde venivano rialzate e rinforzate con l’aggiunta di ulteriori tronchi. Se c’era bisogno di legare maggiormente la struttura venivano impiegati bei chiodi di legno, brocia/broca, che, a differenza di quelli di ferro, non danneggiavano i tronchi durante lo scivolamento. I chiodi venivano infilati in appositi fori praticati con delle trivelle a movimento manuale. Solitamente la risina era appoggiata a terra ma, in prossimità di buche o avvallamenti, doveva essere rialzata mediante una serie di tronchi formanti una struttura portante sulla quale veniva posata. La sua realizzazione richiedeva molti mesi di lavoro soprattutto se il terreno era accidentato e vi era la necessità di erigere diversi tronconi sopraelevati. I tronchi utilizzati per la sua costruzione, venivano esboscati nel momento in cui vi era la necessità, sfruttando la parte già costruita e verificandone allo stesso tempo la scorrevolezza e resistenza. Il lavoro proseguiva fino al raggiungimento di un grande piazzale dove era possibile l’ammucchiamento dei tronchi in cataste, tason/canthel/camol, alte anche cinque metri. Se però la distanza del lotto dal piazzale di accatastamento era troppo elevata e non vi erano sufficienti tronchi per costruire un’unica risina, bisognava procedere per tronconi, fino al raggiungimento della meta finale. Al contrario, se il tratto da superare non era troppo lungo e accidentato al posto della risina veniva assemblato il così detto “risinotto”, costruito con una tecnica meno sofisticata e di più rapida realizzazione.

D. Come veniele fate ste rišine?

R. Varda mo, i metea na taia grosa par parte no e n mez chele pì picole come travi così en modo che fese n cin de cuna no, n mez. Capisto come che voi dì. E sempre avanti così: da na banda se metea i pai en modo che la sponda no la se desfe; le restea là nsoma se no l é tut che và fora no. E su le rive, onde che l era riva se ghe metea le taie lo stes, la prima taia no e dopo i bailogn, se ghe dišea i bailogn no… no sai gnanca te dì mi… Speta. La prima taia l era sta cuà, alora se ghe metea l pal a fermà la taia no; dopo cuà se ghe metea dù encora i bailogn no. Altro che taie alora se ghen metea una cuà coi bailogn… e dopo na taia ncora cuà, en modo che venise su magari doi un sora l altra, en modo che cande che venia dù (la taia)… se l era na taia sola (di sponda) la và par sora no, enveze cosita la se fermea là. E dopo se tira avanti così. Sto cuà l era come l soriz el se ciamea soriz, sto cuà (il tronco interno). Dopo te metei dù i bailogn, dopo te metei ncora na taia cuà par mez i bailogn… par mete sora chel altra. Se no, no la stea su. E alora metiane ste doi taie o trei conforme…

D. Ma par cenì nsieme le taie de le rišine doriao cambre?

R. Ah le stea sole. Mi no me regorde de aveile mai fermade co le cambre… Dopo dove che pasava la rišina se fuse stat… na val par modo de dì no,… alora là venia fat co le taie a castel. Venia ncastelà le taie così e così fin che te lughe su a l alteza de la spianada nsoma. Là sì ghe volea… i avea le trivele, i metea broche de legn a fermà le taie… Adeso sarà stat la sponda su n zima sà chi ghe metea le broche de legn; dopo pasea sot, par modo de dì, la taia la é tonda i gh’avarà fat la tapa no a mpoià là n modo che la staghe, se no, no la stà, la fà così no. Eh l era tante procedure; l era i cadorin proprio famoši par chele robe là.

D. Cuant longhe erle ste spianade?

R. Eh conforme, ghe n era anca de longhe sì, ghe n era anca de longhe… La media zento zincuanta metri và là. Sarà state de pì longhe e sarà state anca de pì curte no.

D. Ma no n chilometro?

R. No, no pense. Mi no, no ghe n ài mai vist longhe en chilometro.[24]

Quando la risina era ultimata, poteva avere inizio l’esbosco dei tronchi rimasti, seguendo le identiche modalità utilizzate lungo i canaloni naturali, con l’accortezza di impiegare un numero maggiore di poste a salvaguardia della sua integrità. Prima però bisognava bagnarla, in modo da renderla scivolosa e facilitare lo scorrimento dei tronchi, che dovevano acquistare una velocità sufficiente per poter superare agevolmente i tratti pianeggianti. A tale scopo si utilizzava una frasca di abete, dasa/front/ogia, imbevuta in secchi d’acqua e opportunamente maneggiata. Non di rado questa mansione era affidata al uno o più ragazzi, bòcia/riedo, appositamente reclutati a salario minimo. In certe zone si attendeva un periodo con basse temperature in modo che l’acqua versata nel manufatto gelasse, formando uno strato di ghiaccio estremamente scivoloso. Con questi stratagemmi, la velocità dei tronchi aumentava notevolmente e di conseguenza anche il pericolo di una loro improvvisa fuoriuscita dal canalone, con effetti a volte estremamente gravi sia per i danni che provocavano agli alberi vicini, sia per gli infortuni agli operai che, in certi casi, venivano travolti dai tronchi impazziti. Per tali motivi questo metodo di esbosco era in assoluto il più pericoloso, soprattutto se la costruzione della risina veniva effettuata con poca maestria o con eccessiva velocità. In certi punti particolarmente ripidi, per frenare la corsa del legname, si predisponeva, sospeso con delle corde in mezzo al canalone, un grosso tronco mobile, pandol/batocio, contro il quale gli altri tronchi urtavano rallentando la loro velocità.

Concluso l’esbosco del legname la risina veniva smantellata procedendo dall’alto verso il basso e avvallando a loro volta i tronchi che la componevano. Al termine dei lavori ogni cosa era tornata alla normalità e nessun segno era rimasto sul terreno.

Nonostante la sua evidente pericolosità questa tecnica di esbosco del legname era quella maggiormente in uso nei boschi di conifere del Bellunese e la costruzione delle risine era allo stesso tempo motivo di orgoglio e soddisfazione per tutti i boscaioli.

D. Su la varia fašes de laoro, che m aé dito: taià, dešramà, sethionà, e sul dešbosco, cal erelo, dišon, la fase che presentaa pì pericui par la persones?

R. Ben, se golon somenthà sul rebaltà l era anche abastantha importante parcè che bišognaa sta atente che no fuse carchedun da višin, che no suthiedese de bucià la pianta sora carchedune. Bišognaa aé i guoie, dišon a posto da vardà an tin, da ese co la testa a posto, de sta ben atente. E dapò al dešbosco, chel dapò no ghen parlon. Chel indubiamente l era chel che impegnaa de pì; pì pericolos. Parchè podè imaginà, la taies che ienia dó, co la velocitas carche ota an tin esagerates, no l era che les dese sempre par la sò strada, e de la otes suthiedea che les sautase anche fora. E perciò insoma, no l era così fathile, no l era così semplice, insoma. L era pericol grandisimo, tant é vero che ve dišeo canche fašeane la rišines e che, forse prima no ve l ei dito che la taies corea masa a ienì dó, sui avalamente, par frenà, l era… aveane escogità, o no sai, aon ciapà par tradithion, insoma, i nostre vece m à insegnà, meteane an cošo, na taia de travès che servia… No de travès del duto, l era an batocio. Nos i ghe ciameane: al batocio ma l era na taia abastantha grosa. Che se fašea così: se la tacaa par la coda, con na corda metalica ma abastantha forte bišognaa che fuse na metalica forte parcè les ciapaa de chi colpe! Se tiraa la coda; la parte daos, posteriore su par la scarpada, su par la sponda an tin così, e se lasaa che la testa restase dó su la conca, no. Canche pasaa dó la taia, che la pasaa con velocità granda, la šbatea contro chesta e i ghe dašea an colpo enorme e la buciaa su par la sponda sto batocio, che dapò automaticamente al tornaa dó, parchè la sponda l è erta e se rimetea in posithion da solo. Però la taia ralentaa an grun la velocità, chela che pasaa no. Eco alora se thercaa de dominà an tin la velocità in chesta maniera, anche chesto l è importante, insoma, che servia par salvaguardà an tin la seguretha de la dente, insoma.[25]

L’esbosco con la teleferica

Il sistema di esbosco con la teleferica, teleferica, veniva attuato solamente in quei casi dove le risine non potevano essere costruite oppure dove i lotti di legnale erano posti in luoghi troppo distanti e impervi per poterli esboscare con metodi tradizionali. L’impianto di una teleferica risultava però molto costoso e necessitava di manodopera specializzata. Solamente le ditte più grosse possedevano queste attrezzature, che utilizzavano esclusivamente per la conduzione di grossi lotti con un valore commerciale tale da giustificare il loro impiego.

Innanzitutto bisognava decidere il tracciato da percorrere e, se era necessario, abbattere gli alberi che ne impedivano la messa in opera. La teleferica era composta di una fune portante di grosse dimensioni sulla quale correvano i carrelli con i tronchi, e di una fune traente utilizzata per il loro recupero. Le teleferiche più vecchie disponevano di un’ulteriore fune portante di diametro ridotto, necessaria per il trasporto a monte dei carrelli vuoti. Scelto il tracciato, veniva trasportata la fune portante che poteva raggiungere la lunghezza anche di parecchi chilometri e il peso di svariati quintali; l’operazione richiedeva l’intervento di numerosi uomini reclutati sul posto, molti dei quali non erano boscaioli, ma gente qualunque bisognosa di lavorare. Gli uomini, disposti in fila indiana, trasportavano alcune spire di fune ciascuno, lasciando tra l’uno e l’altro un tratto di cavo libero necessario per camminare agevolmente. Ogni tanto veniva fatta una sosta, bauf, per riprendere fiato. Arrivati in cima, la fune veniva stesa lungo la linea scelta in precedenza e messa in tensione attraverso un sistema di paranchi a quattro carrucole. Lo stesso sistema veniva impiegato per il trasporto e la messa in posa della fune traente. Attraverso una serie di tralicci e pulegge le funi attraversavano avvallamenti e torrenti giungendo in prossimità di grandi piazzali che si riempivano ben presto di imponenti cataste di tronchi.

Le prime teleferiche non erano provviste di pescante, che permetteva di recuperare i tronchi posti nelle posizioni più defilate, tanto che i boscaioli dovevano raggrupparli sotto il tracciato da dove venivano poi legati, mediante delle grosse catene, al carrello che li trasportava a valle. Era indispensabile quindi che il lotto non fosse troppo esteso in larghezza, ma piuttosto che seguisse l’andamento della teleferica.

Anche questo tipo di esbosco presentava dei rischi per gli uomini che spesso lavoravano in prossimità della teleferica, dalla quale potevano staccarsi i tronchi mal legati o eccessivamente oscillanti. Queste attrezzature suscitavano sempre un notevole interesse ed erano al centro di numerose conversazioni fra i boscaioli e gli abitanti dei paesi limitrofi, che spesso assistevano alle operazioni di trasporto del legname.

D. “Teleferiche”, mai fat?

R. Sì, certo… le prime “teleferiche” l era chele coi “volani”, “volano” a monte, “volano” a vale, “traente” che tirava su i “volani”, corda “portante” par i carghi, “porta vuoti” che portava su i ritorni, “carucole vuote”. Te portei su tut a spale, …te fei en pochi de rodoi de “portante”, dipende cuant grosa che l é la “portante”, dopo te ghe asei da n rodol a l altro n toc de cavo che te podese caminà e dopo te dei a reclutà tuta la gente che l era posibile imaginabile… gente ghe n era da vende alora e che avese voia de laorà anca, de ciapase n franco, no se parla… cuindese, vinti co l so rodol de corda… Prima te fathe el traciato onde che vien la linea, te fathe le cavalete, se ocor fà na cavaleta… Se tirea la “portante” prima… l era un da drio che desfea i rodoi, che l molea la corda n drio man che no la se fese i trefoi… fin che te rivei dù a discarica…

D. A metela n tension?

R. A metela n tension te avei i tirfort, le mufole, paranchi n cuarta, dopo t avei i soto tiri… se l arivo l era vithin a na strada camionabile i venia co n “camion”…

D. Le “teleferiche” ele semper state dorade, da che ve regordede voi?

R. A ricordar mio, i é semper state dorade, però dipendea da le zone e dai loti come che i é stat martelai. Se n loto l era larc, alora l era n problema, parché le “teleferiche a volani” te cognei tirale (i tronchi) tut nte na zona, tute là vithin al carica; nvethe che col pescante i và a pescate na taia cua e una colà via… te pol dì tant de cua che de là, dù nte gaon…[26]

L’esbosco con le slitte

La particolare conformazione dei boschi e le ristrettezze economiche obbligavano spesso i boscaioli a ricorrere al più antico e faticoso metodo di conduzione del legname, consistente nell’utilizzo di slitte trascinate a mano, senza l’ausilio di forza animale e meccanica. L’esbosco avveniva durante l’inverno impiegando una slitta di particolare fattezza, cocio/strotha/stroda, costruita appositamente per il trasporto dei tronchi. Le sue dimensioni erano molto ridotte sia in altezza, trenta quaranta centimetri da terra, che in larghezza e lunghezza, ma la sua resistenza era notevole e adatta a sostenere grandi pesi. I tronchi non venivano caricati interamente sulla slitta, ma appoggiati solamente con una testata lasciando scivolare l’altra sulla neve. Venivano poi legati saldamente con delle corde di canapa o di pelle sfruttando particolari scanalature presenti su alcune componenti della slitta stessa. Nei tratti di bosco dove la pendenza era nulla o vi erano delle piccole salite da affrontare, si rendeva necessario utilizzare un’ulteriore slitta, strothin/coceto, sulla quale far appoggiare la parte posteriore dei tronchi, fissandoli con delle catene agganciate mediante piccole graffe. La legatura serviva a creare un tutt’uno evitando che la slitta posteriore, muovendosi, prendesse delle direzioni sbagliate. Questo accorgimento si rendeva necessario quando si utilizzavano delle slitte posteriori prive di timone, costituito da un travetto di legno agganciato alla slitta anteriore, che permetteva alle due entità, ciareth/cocio, di percorrere la medesima traiettoria. Entrambe erano provviste di lame di ferro fissate sotto i pattini, mediante chiodi o viti, che ne facilitavano lo scivolamento e impedivano il logoramento dei pattini stessi.

Su questi mezzi di trasporto venivano caricati al massimo due, tre tronchi di piccole e medie dimensioni oppure uno di diametro maggiore, affiancato da uno più piccolo necessario per impedirne il rotolamento e migliorare la stabilità.

Quando si dovevano affrontare delle discese pericolose venivano preventivamente arrotolate intorno ai pattini, audis/udis/luoster/lodin, delle robuste catene d’acciaio, ciadene/morone, con funzione frenante, mentre il guidatore, per evitare gli scivoloni ed avere un maggiore controllo sulla slitta, applicava sotto gli scarponi i ramponi da ghiaccio, grife.

Arrivati nel posto stabilito, i tronchi venivano scaricati ed accatastati dagli stessi conducenti che, dopo una piccola sosta, si caricavano la slitta in spalla e risalivano per continuare il lavoro.

Questo tipo di esbosco era estremamente faticoso e richiedeva una notevole agilità e forza fisica sia per condurre la slitta lungo le discese, sia per trascinarla nei tratti pianeggianti.

D. Se le menaa d invern, se feelo strada su la nef po alora?

R. Sì, su la nef, su la nef, e se dia co l cocio. Se sa a bišogn de fai piano, alora se fea l salto, se dia fora co l cocio, se dia fora ancora n fià in avant fin che se podea mete inte l strothin. Se metea inte l strothin, ma no i stea fermi, parché i se girava vera, però bišognava, bišognava i cošà co lee…, le ciadene, no co le corde, co le ciadene. Se metea inte i clomper in modo che no i podea fai tant movimento i coci, vera. Dopo i à scomenthà ghe fai l timon, alora se l inganciava su l piumath de darè de l cocio, vera, alora la bastaa na corda de spac e via insoma, che la l venia darè da sole e l restaa propio inte la giaušola de l cocio, parché se l scomenthaa dì fora, l era dolori a l tornà tirà inte danuof.

D. Ma cuante taie meneade su l cocio, cuante n caregheade?

R. Eh, conforme la grosetha che l era, se ghe n era de grose, pì che una, e una piciola in metà, parché se no la balava, capisto. Alora se ghe n metea una piciola in fianco in modo che l aea pì stabilità, la stea ferma insoma.

D. Se l tiraelo da sol l cocio o se dielo in doi a l menà?

R. De un, sì de un, e semper in dù sa! Semper in dù sa, parché in piano come che dighe, l era puoith toc, puoith toc.[27]

L’esbosco con i cavalli

I cavalli, ciavai, venivano frequentemente utilizzati dai boscaioli, che ne sfruttavano l’agilità e la forza poderosa per muovere i tronchi più grossi e trascinare le piccole slitte, con le quali, in inverno, si effettuava l’esbosco dei lotti di legname situati in zone pianeggianti. La loro versatilità e ubbidienza ai comandi li faceva preferire ai muli, animali dal carattere scontroso e anarchico, e ai buoi, più forti ma molto meno agili e veloci.

In tutte le utilizzazioni boschive i cavalli venivano comandati da terra tenendoli saldamnte per il morso. Prima che cadesse la neve erano impiegati per trascinare i tronchi a strascico, disboscà a balanthin, in prossimità delle strade camionabili. Se all’interno del bosco vi erano delle carreggiate, bigothere, si utilizzava invece i carri. Dove le pendenze erano elevate si impiegava solamente il treno anteriore, bigotha, sul quale venivano caricati solo parzialmente alcuni tronchi. A questi, mediante degli appositi ganci con catena, strothi/strothes/cromper, ne venivano attaccati degli altri completamente a strascico, che producevano un’azione frenante. In presenza di discese più dolci, al treno anteriore del carro veniva agganciato, mediante un timone, quello posteriore, ciariola, senza peraltro sganciare i tronchi precedentemente issati, mete in ciariola.

In inverno si utilizzavano le slitte, simili a quelle sopra descritte, cocio. Ai tronchi issati parzialmente sulla slitta ne venivano agganciati degli altri, a strascico. Con questo sistema un cavallo poteva trascinare fino a quattro metri cubi di legname per volta.

Cuanche le ruea da là, prima che i fathe la strada camionabile, alora i dea su coi coce e i ciavai a menale dó, i tachea inte coi stroth le rodene de tae, i tachea prima l cocio davante e po i tachea inte anche corone longhe anche de cuaranta tae, no, po i le tirea dó coi ciavai.

D. Sempre col neve?

R. Neve e lucido, parchè i spingea fin la strada dadasiera par pareciala pal darindoman, e po fin co le scoe a scoà fora, la vegnia lustra come n specio de longo su la val.

D. Dopo ei sentù na parola io era l ciaretho i ciamea? Al ciaretho erelo che?

R. Al ciaretho sarae stou l cocio dopio asto capiu, doi coce con l tamon sul medo, n coceto davante n coceto davoi, no, col tamon sul medo tacou come n careto, su via, e chel era l ciaretho e i ciareea su le tae ntiere, no é come l cocio ugnolo che i ciareea solo co le teste e le code dó bas.

D. Alora al ciaretho n pratica i lo dorea su agnó che era “zone” pian, abastantha comode?

R. E a neve. Nvethi al cocio i lo dorè come su pa la val così che i ciareea le teste davante e davoi la corona e dopo i vegnia fora n thima la strenta ca su. I betea sote rothete, ciadene sote l audin del cocio e po i culath sote le tae, e sarae stou ciadene sote i audin del cocio par vegni dó pa la strenta là e i culath, ciadene grose ntorcolade de fer cuadro n modo de frenà anche le tae.[28]

Non tutti i boscaioli potevano permettersi il mantenimento di un cavallo per l’intero anno e ricorrevano spesso all’affitto degli animali per il periodo strettamente necessario. Oppure impiegavano i buoi, meno delicati e costosi dei cavalli in termini di alimentazione, anche se svolgevano il lavoro con maggiore lentezza. Alcuni intervistati del Comelico ricordano di lunghe file di buoi utilizzati durante l’inverno per il trasporto dei tronchi dal bosco direttamente alla segheria.

Il trasporto dei tronchi in segheria

I tronchi esboscati ed ammucchiati in cataste venivano ben presto trasportati nelle segherie, sieghe/seghe, mediante l’utilizzo di carri trainati da cavalli e, più recentemente, di camion. Non essendovi dei mezzi meccanici di caricamento, i tronchi venivano issati manualmente utilizzando corde e zappini, nonché una serie di stratagemmi necessari a ridurre la fatica. Tra il pianale del cassone e la catasta, venivano disposte due lunghe travi, paradori/soies, provviste di particolari arpioni, sulle quali far rotolare i tronchi. Tanto maggiore era la loro lunghezza, tanto inferiore era la pendenza da superare e di conseguenza la difficoltà e lo sforzo durante il caricamento. Attorno al tronco da caricare venivano fissate ed in parte arrotolate due resistenti corde, tirando le quali si otteneva il suo rotolamento lungo la rampa. Man mano che il carico aumentava, cresceva anche l’inclinazione delle travi, tanto che per ovviare a questa situazione le grandi cataste venivano suddivise in più livelli di carico di altezza variabile, al fine di mantenere una pendenza il più possibile costante.

Questo tipo di lavoro, per il quale le ditte acquirenti assumevano spesso manodopera locale, presentava parecchi rischi e richiedeva un grande dispendio di fatica e di tempo.

D. E i camion i ciarieao a man?

R. Sì!, Fašeane così: meteane doi soies, no, che partia da dó bas, e dea su sul camion. Se vardaa de meteles abastantha longhes, parchè pì longhes che les era pì pian l era a tirà su la taies. Se les metea a distantha…, dipendea: se l era i doi o i tré, cuatro metre, se thercaa de meteles a distantha che l era bišogno. E dapò se ciapaa, doi che iera su sul camion, se tacaa na corda. An ciau de la corda se fisaa su sul camion e chel autra se fašea al giro de la taia, o chel che l era e chi che l era su, i la fašea rodolà su par sta soies, finchè i aea ciarià al camion. Therto che l era na vitacia, se impiegaa tanto tempo, no l era mia la gru come che l è ades. Alora bišognaa ciarià an camion, l era insoma na tin de impegno.[29]

Note a “L’esbosco.”

[22] O. G., anni 70, ex boscaiolo ed assuntore, San Vito, aprile 1999.

    D. Ditemi Onorio, quando in fase di esbosco vi erano due o più persone al lavoro sullo stesso tronco, avevate qualche sistema particolare per capirvi, per lavorare in sintonia?

    R. Sì, avevamo delle parole. Iniziamo con il “pais”. Il “pais” veniva usato quando si adoperava lo zappino. Lo zappino veniva messo con la testa rivolta verso il basso e si faceva leva. Precisamente come usare una leva. Si faceva leva sul tronco, tenendo lo zappino un po’ inclinato nel verso in cui si desiderava mandarlo, avanti o indietro. Dopo vi era un’altra operazione detta “fuchs”. Il “fuchs” consisteva nel piantare la punta dello zappino su di un altro tronco o per terra e lo si spingeva da soli. Queste operazioni potevano essere fatte da soli o in più persone; e si spingeva lo stesso tronco avanti o indietro oppure leggermente in qui o in là, fino a sistemarlo nella posizione voluta. Dopo c’era la “pithigada” (pizzicata). Questa operazione veniva effettuata quando si doveva far girare il tronco leggermente su se stesso e veniva fatta per appoggiarlo contro un altro tronco. Allora si diceva: “pizzicala un po’!” oppure “dagli una pizzicata!”. E se non c’era nessuno ad aiutare si faceva da soli e si pizzicava il tronco, lo si girava un po’, in modo da farlo andare dalla parte desiderata. Altra cosa era fare il “palo” per esempio. Il “palo ” veniva eseguito poggiando la testa dello zappino a terra o su di un altro tronco e si faceva leva alzando il tronco che si desiderava spostare, indirizzandolo nella direzione voluta. Quando invece c’era da trascinare un tronco in avanti ci si attaccava allo stesso in più persone a seconda della grossezza e si procedeva così. Una persona era incaricata di “chiamare il colpo”. Gli altri con lo zappino si preparavano a fare l’operazione del “pais”. Quando l’incaricato chiamava, ed il segnale era circa così: o oo op! o oo op!, tutti facevano forza e spostavano il tronco di quanto si poteva riuscire. Alle volte si muoveva appena, altre volte si spostava un po’ di più. Quando il tronco da spostare era, relativamente piccolo, si poteva fare un’operazione più semplice e si procedeva così. Si faceva il “pais” ma il comando era modificato da o oo, e non finiva con l’o oo solamente ma faceva oo longa! Allora longa (lunga) significava continuare a tirare finchè ci si riusciva; anche diversi metri, insomma, per un bel tratto. Queste erano le intese ed i comandi, le chiamate che facevamo, per poter lavorare in sintonia e non fare confusione sul lavoro…[torna su]

[23] R. S., anni 72, ex boscaiolo, Falcade, 3 aprile 1999.

    D. Quando si cominciava a far scendere i tronchi lungo le risine, i boscaioli si fermavano in punti di osservazione particolari lungo il percorso detti “poste”. Che parole utilizzavano per comunicare?

    R. Quando si lasciava andare il tronco, si diceva: “carga” e detta parola si trasmetteva ad ogni passaggio regolare. Chi si accorgeva di qualche irregolarità diceva: “bauf”, che significa ferma. Se nel frattempo c’era un altro tronco in arrivo, nonostante l’ordine di fermare il carico, si diceva: “par aria”. Se a monte del condotto veniva gridato: “segura”, significava che per il momento il lavoro era sospeso ed i boscaioli a valle potevano agire in sicurezza nell’operazione di sgombero della condotta o altro.[torna su]

[24] F. B., anni 85, ex boscaiolo, Canale d’Agordo, 9 giugno 1999.

    D. Come si costruivano le risine?

    R. Dunque, si posizionavano dei tronchi di una certa consistenza ai lati , che fungevano da sponda e in mezzo invece si disponevano delle travi a conca per lo scorrimento dei tronchi. Riesci a capire. Perché la sponda non cedesse, si piantavano dei pali sul lato esterno. Sul terreno ripido si utilizzavano dei pali più lunghi chiamati: “bailogn”… Non so come spiegarti… Aspetta. (Spiegazioni a tavolino) si posizionava il primo tronco fermato da pali, quindi si piantavano altri pali più lunghi a sostegno della sponda composta da uno o due tronchi sovrapposti al primo; così i tronchi che venivano avvallati in questo modo rimanevano nella corsia della risina senza fuoriuscire. Poi si procedeva allo stesso modo lungo tutta la linea della risina. Il primo tronco basale aveva un nome particolare: “soriz”. All’esterno di esso si piantavano pali più lunghi (bailogn), fermati anche da un ulteriore tronco esterno appoggiato contro di essi… Sopra il tronco basale andava quindi, conforme l’occorrenza, uno o due tronchi a formare la sponda…

    D. Ma per dare una certa consistenza alla risina si utilizzavano anche dei particolari chiodi a due punte (cambre)?

    R. No, la struttura aveva già una sua stabilità. Non ricordo di aver mai dovuto utilizzare queste “cambre”… Se dove doveva passare la risina si fosse presentato… un avvallamento… ecco che i tronchi venivano incasellati ortogonalmente l’un l’altro sino a raggiungere l’altezza adatta richiesta dal resto del percorso. In quel caso… si fermavano i tronchi con chiodi di legno inseriti in fori fatti con le trivelle a mano… Questi chiodi si mettevano sul tronco di sponda sommitale e lo si tagliava in modo che avesse un appoggio più largo rispetto alla sezione circolare del tronco sottostante. C’erano tante metodologie; pratici in questi lavori erano i cadorini.

    D. Che lunghezza avevano queste risine?

    R. Conforme, ce n’erano anche di lunghe… In media 150 metri. Ce ne saranno state di più lunghe e di più corte.

    D. Ma, non un chilometro?

    R. No, non penso. Io non ne ho mai viste di tale lunghezza.[torna su]

[25] O. G., anni 70, ex boscaiolo ed assuntore, San Vito, aprile 1999.

    D. Nelle varie fasi di lavoro, che mi avete detto: abbattimento, sramatura, sezionatura ed esbosco, quale era quella che presentava più pericoli per le persone?

    R. Bene, se vogliamo iniziare dall’abbattimento anche questa fase poteva presentare qualche pericolo; bisognava prestare attenzione che non ci fossero persone nelle vicinanze per evitare che una pianta in caduta li potesse travolgere. Ecco, bisognava avere prudenza, avere la testa a posto e prestare molta attenzione. Dopo c’era l’esbosco, di cui adesso andiamo a parlare. Questa fase era indubbiamente quella che impegnava di più, la più pericolosa. Potete immaginare i tronchi che scendevano con delle velocità talvolta esagerate e non andavano sempre per la loro strada, a volte uscivano dal tracciato. Non era così facile e semplice. Era un pericolo grandissimo, tant’è vero che quando facevamo le risine prima non ve l’ho detto, per moderare la velocità negli avvallamenti, lo avevamo escogitato, o appreso per tradizione, mettevamo un traverso che serviva… Non proprio un traverso… era un batocchio (“batòcio”). Noi lo chiamavamo batocchio ma era un tronco piuttosto grosso. Si faceva così: si legava alla coda del tronco una corda metallica robusta, doveva essere metallica perché prendeva certi colpi!, e la si tirava con la parte posteriore su per la sponda in modo che la testa penzolasse nella conca della risina. Quando scendeva il tronco a tutta velocità urtava questo batocchio, che andava a finire sulla sponda e poiché questa era ripida lo faceva poi ritornare automaticamente in posizione. Nel contempo il tronco in discesa subiva un rallentamento a causa di questo urto. Ecco, cercavamo di regolare la velocità in questa maniera in modo da avere maggiore sicurezza per il personale al lavoro.[torna su]

[26] G. A., anni 69, ex boscaiolo e lavorante in segheria, Mas di Vallada, 24 febbraio 1999.

    D. Mai costruito teleferiche?

    R. Sì, certo… le prime teleferiche erano quelle con i volani, volano a monte, volano a valle, traente che girava sui volani, fune portante per i carichi ed un’altra per i ritorni, ovvero per il trasporto delle carrucole vuote. Trasportavi tutto a spalle,… venivano fatti alcuni rotoli della fune portante, dipendeva da che spessore era la portante, poi tra un rotolo e l’altro si lasciava un tratto di cavo libero per camminare agevolmente e quindi reclutavi tutta la gente possibile… gente ce n’era molta allora e che avesse voglia di lavorare anche, di guadagnare qualcosa non se ne parla… quindici, venti con il proprio rotolo di fune… Prima di montare la teleferica decidevi dove farla passare, facevi una cavalletta se occorreva… Prima si posizionava la fune portante… c’era un addetto che disfava i rotoli e dava fune a chi scendeva prestando attenzione a che non si attorcigliasse… fino ad arrivare al posto di scarico…

    D. E per mettere in tensione la fune?

    R. Per metterla in tensione avevi il “tirfort”, paranchi a quattro carrucole, poi avevi i sotto tiri… se la zona d’arrivo dei tronchi era nei pressi di una strada camionabile si utilizzava il camion…

    D. Le teleferiche sono sempre state utilizzate, che vi ricordiate?

    R. Io ricordo che sono sempre state utilizzate, però la convenienza per l’allestimento di una teleferica dipendeva da dov’era collocato il lotto e da com’era stato martellato. Se il lotto era molto esteso in larghezza, allora era un problema, perché con l’utilizzo delle teleferiche a volani devi portare tutti i tronchi sotto la linea, invece adoperando il pescante puoi arrivare ad agganciare il tronco anche in posizioni più defilate… puoi raggiungere vari siti, anche avvallamenti piuttosto profondi…[torna su]

[27] G. C., anni 80, ex boscaiolo, Selva di Cadore, 12 marzo 1999.

    D. Se si trasportavano d’inverno, allora si realizzava una strada sopra la neve?

    R. Sì, sulla neve e si transitava con la slitta. Nelle circostanze in cui una parte del percorso mutava pendenza, si rendeva necessario far appoggiare i tronchi anche su una slitta posteriore, “strozin”. Questo comportava realizzare un piano di neve su due livelli differenti al fine di consentire l’inserimento della slitta. Si sistemava la slitta posteriore e la si fissava ai tronchi con delle catene, in quanto le corde erano troppo deboli, le stesse catene venivano fissate ai tronchi con delle piccole graffe “clomper”. Questo avveniva quando si utilizzavano delle slitte posteriori prive di timone, le quali presentavano il problema di non seguire regolarmente la slitta anteriore. Si piantavano le piccole graffe in modo da creare un tutt’uno evitando così che la slitta posteriore prendesse, muovendosi, direzioni sbagliate. In tempi più recenti si è iniziato ad utilizzare slitte posteriori munite di timone, il quale veniva agganciato alla traversa posteriore, “piumaz”, della slitta anteriore. Questo ha consentito di utilizzare delle corde in spago per il fissaggio dei tronchi, in quanto la slitta posteriore (strozin) seguiva di solito regolarmente quell’anteriore (cocio) nel solco, “giausola”, e pertanto lo sforzo da contrastare era inferiore, nelle occasioni che la slitta usciva dal solco era difficile farla rientrare.

    D. Quanti tronchi trasportavate sulla slitta, quanti ne caricavate?

    R. Dipendeva dalla grossezza che avevano, se erano grossi non più di uno ed un piccolo a fianco per impedirne il rotolamento. Pertanto se ne sistemava uno piccolo lateralmente per migliorarne la stabilità.

    D. La slitta la tirava una sola persona, o si andava in due per condurla?

    R. Una, sì una persona solamente, ma sempre in discesa sai! Sempre in discesa perché come ti dicevo di tratti pianeggianti ce n’erano pochi.[torna su]

[28] G. C., anni 78, ex boscaiolo ed ex guardia boschiva comunale, Lozzo di Cadore, 23 settembre 1999.

    Prima che facessero la strada camionabile utilizzavamo il “cocio” e i cavalli per trasportare i tronchi a valle, attaccavano con le catene un tronco dietro l’altro, davanti il “cocio” e poi dietro attaccavano anche corone di 40 tronchi trainati dai cavalli.

    D. Questo trasporto si faceva sempre con la neve?

    R. Neve e la strada era ghiacciata, perchè la sera si bagnava la strada per formare il ghiaccio per prepararla per il giorno dopo, la si scopava con delle scope per farla diventare tutta liscia come uno specchio.

    D. Mi è capitato di sentire un’altra parola, il “ciarezo”, cos’era?

    R. Il “ciarezo” sarebbe il “cocio” doppio. Due “coce” con il timone in mezzo, un “coceto” davanti e un “coceto” dietro con il timone sul mezzo attaccato come su un carretto. Questo era il “ciarezo”, e i tronchi venivano caricati interi, non come sul “cocio” dove caricavano solo le teste mentre le code strisciavano sul terreno.

    D. In pratica il “ciarezo” lo adoperavano su zone pianeggianti e abbastanza comode?

    R. Sì, sulle zone comode e pianeggianti in presenza di neve. Invece il “cocio” lo adoperavano su zone tipo la Val Longiarin, caricavano le teste davanti e dietro una corona di tronchi e arrivavano fino quassù, sulla strettoia. Lungo la discesa, per rallentare, mettevano i “rozete” sotto i pattini del “cocio”, e sotto i tronchi mettevano i “culaz”, sempre per frenarne la corsa.[torna su]

[29] O. G., anni 70, ex boscaiolo ed assuntore, San Vito, aprile 1999.

    D. E i camion li caricavate a mano?

    R. Sì! Facevamo così. Mettevamo due pali che partendo dal basso arrivassero fino al pianale del camion. Questi traversi (soies) cercavamo di metterli il più lunghi possibile, in modo che la rampa di carico fosse alquanto dolce. L’interasse degli stessi poteva variare da 2 a 3 o 4 metri a seconda del bisogno. Poi i due uomini che erano sul camion, fissavano il capo di una corda allo stesso. La corda veniva fatta girare attorno al tronco da caricare e quindi, tirando dall’altro capo, il tronco stesso rotolava o scorreva lungo la rampa di carico sino al pianale. E con questo sistema si carica. Chiaramente fare un carico, era un impegno, vi era un gran dispendio di tempo e di fatica; non vi erano le gru come al giorno d’oggi.[torna su]